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domenica, 13 aprile 2008

Frank Lonetti oggi non vota








Frank Lonetti vuole i pax








Frank Lonetti vuole addirittura i matrimoni gay








Frank Lonetti vuole sposarsi in andalusia con un minerale e una mucca zoppa, e crede che questo non farebbe male a nessuno








Frank Lonetti vuole la legge sul conflitto di interessi








Frank Lonetti vuole anzi che i potentati economici non controllino più l'informazione








Frank Lonetti vuole addirittura che si smetta di pensare l'economia prima di tutto, in Italia e fuori








A Frank Lonetti sta sul cazzo che in questo momento mentre lui batte sulla tastiera ad ogni lettera  informazioni e soldi vadano a finire nelle tasche di quello stronzo nerd di merda








(Frank Lonetti qui sopra si riferiva a Bill Gates((A Frank Lonetti in sto periodo piace niente la poesia ermetica)) )








Frank Lonetti vuole che in Italia si investano soldi nella ricerca se no i cervelli fuggono come si sa








Frank Lonetti vuole che in Italia la situazione del lavoro, soprattutto giovanile, cambi perchè così è uno schifo e i giovani diventano marci








(Però a Frank Lonetti non va mica bene che in Italia, i partiti di sinistra stiano al governo e non ci facciano niente, salvo poi organizzare ogni tanto una manifestazione tirando fuori Lenin e Stalin e tutte quelle stronzate di mille anni fa)








Frank Lonetti vorrebbe abolire l'inno di mameli e approvare una legge che stabilisca che sui simboli dei partiti non possa apparire sto cacchio di tricolore








Per tutte queste ragioni, non credendo che qualcuno di quelli che si presentano alle elezioni abbia voglia di realizzare qualcosa, nemmeno una cosa una, di quello che Frank Lonetti vuole,








Frank Lonetti oggi non vota.








 








 

postato da: franklonetti alle ore 05:07 | link | commenti (19)
categorie: franklonetti
martedì, 25 marzo 2008


!!!!!


Archiviato il venerdì, 29 febbraio 2008 in: segnalazioni, concorsi


VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?


Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.


Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.

Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!



REQUISITI: possedere un sito o un blog.
(Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)



ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:

1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo
sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];

2)
mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;

3) aspettare nuove istruzioni.


TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.



PREMI:
il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.



Signore e signori, fate il vostro gioco!



postato da: franklonetti alle ore 11:08 | link | commenti (2)
categorie:

Non c'è casa più (stesura 2)

Non c’è casa, più, pensa F. E non c’è più mio padre, perso andato mancato defunto morto il nove marzo di quest’anno, mio padre che viveva qui nella casa, mio padre dunque, mio padre, mio padre e la malattia, la sua catastrofe, la mia seconda catastrofe, il suo inizio e la sua fine...Non c’è casa più, pensa F, e ora ricordo, e ricordo che lui all’inizio non mi sembrava così diverso da prima,  anche se sbottava talvolta e imprecava sono malatooo-o e si sconfortava, e la sua malattia sembrava stagnare sembrava starsene acquattata, e però  esisteva in effetti,  lì fra le sue cose là fra il suo guardaroba elegante, là fra i suoi pacchetti di sigarette e le radioline per sentire le partite, e là dentro la scatola di ottone con gli accendini persino, e persino là fin dentro ai suoi borselli pieni di chiavi tra le scarpe sformate e il rasoio elettrico e il dopobarba, segnando e  occupando la malattia  il suo territorio e creando e ammantando di senso nuovi oggetti – arnesi invadenti ma rassicuranti in qualche modo—come la bilancia per controllare tutti i giorni  il peso, le montagne di medicine per endovena per bocca e per culo, le caramelle senza zucchero i biscotti dietetici i plichi infiniti di analisi lastre e diagnosi.. Ma per lui era sempre la stessa diagnosi e il male gonfiato nel ventre precipitò a un certo punto, ricordo,  e saliva ogni poco a spanargli il cervello e mi chiedevo che cosa sapeva, e sospettavo che lo sentisse vicino questo buco nero, quest’oscuro mai considerato che veniva e lo attirava a sé lo voleva  e si nutriva di lui, ed  era allora per lui credo un sollievo andare  qualche volta in un coma in cui riposava in completa lontananza sloggiato da se stesso, ricordo, e quando ogni volta poi  ritornava indietro incerto e ripeteva più volte incredulo “ma sono io?” era strano comico struggente, ricordo, assistere a questa lotta della sua  volontà per tornare ad articolare se stessa..E cercavamo, io e lui, ricordo, nel buio del pensiero il rimedio, e l’ansia pervadeva la casa e l’ansia si diluiva e poi ritornava, e facevamo finta di niente o scoppiavamo d’ira e urlavamo l’uno contro l’altro e  bestemmiavamo, ricordo, e io lo guardavo dal balcone che parcheggiava a fatica e percorreva in diagonale a passo incerto il viale ampio troppo ampio, e aveva fretta di salire a lavarsi la pelle della pancia dove  somatizzava tutta la sua rabbia...  E   fuggivo io, ricordo ancora, e mi  ritraevo davanti al vero, al tanto, al troppo, e cercavo di distinguere tra me e lui, ma ritirarsi dalla morte è lo stesso che assistervi e la sua rovina si dilatava, era dovunque dirigessi la mia fuga ad ogni sosta e in qualsiasi posto io fossi  nelle giornate di sole, per i prati ed i casali dove potevo scappare... E lui peggiorava, ricordo, ritornava sempre di meno se stesso ed era sempre di più la sua malattia, e  io gli urlai contro una volta quando nel sollievo di mangiare un panino dopo uno dei tanti controlli non si accorse di avere la bocca tutta imbrattata di di sangue, e poi il famoso chirurgo, il famoso chirurgo ricordo mi disse di sì che l’avrebbe operato e io guardavo lo studio dalle pareti verdastre e speravo in quel chirurgo, perché lui aveva mani d’artista era risaputo, perché piuttosto che non ci restava ore e giorni in sala operatoria,  perché lui era interventista sempre perché era comunista persino, perché lui era il cristo giallo e magro che redime il peso della rovina epatica che attanaglia il mondo, era lui allora il rimedio-la risposta-la soluzione, ricordo, perché lui era il dottore che spezzetta e ricompone gli uomini, ricuciti e come prima, pronti ad andarsene in giro con i giornali sottobraccio e la posta da aprire di nuovo... E poi invece il famoso chirurgo, ricordo, venne a dirmi che ci aveva provato ma con mio padre non si poteva fare, non c’era niente da fare a mio padre non glielo poteva cambiare il fegato che dentro di lui  ci aveva trovato un tessuto fibroso insondabile, un groviglio inestricabile di diverticoli, come un cielo di stelle implose,  e io allora uscii fuori all’aria fuori dall’aria dell’ospedale a vedere se per caso era rimasto un pezzo di mondo, ricordo, e Torino era avvolta in una specie di melassa inquietante, ricordo, e l’aria pungente del mattino in cui avevo camminato nella neve come un soldato che sorveglia l’accampamento era sparita, ricordo, ed era salito un sole bagnato e nevoso anch’esso, ricordo, Torino mi appiccicava addosso neve e raggi di sole, ricordo, e improvvisamente ero un reduce un soldato ma senza più una causa e mio padre era tra i fumi dell’anestesia, ricordo, e avrebbe aperto gli occhi soltanto per non avere più la forza di chiuderli, ricordo, e ed io ero improvvisamente troppo stanco e una strada di casa voleva disegnarmisi sul volto, ricordo...Ma non c’era strada e non c’era casa. E non c’è casa, più, pensa F. E ora ricordo...




un racconto di Frank Lonetti



postato da: franklonetti alle ore 11:02 | link | commenti (3)
categorie: franklonetti
giovedì, 13 marzo 2008

Lallazioni Lavabili Live 01. In occasione della festa

Sabato 22 marzo








alle 17








alla galleria








Alexander Alvarez








Contemporary Art








in palazzo melchionni








via migliara 17








Alessandria,








lallazioni lavabili








si fa vivo








e diventa








LALLAZIONI LAVABILI LIVE 01,








letture e recitazioni








 








(e aspettando la festa propone ora degli...








 








 








...Shiny happy poems








 








Amori di Maggio








Vedi come oggi







il Principe di Maggio







si è coperto di fiori,







ornato il capo di grano







e farfalle,







senti di quanti profumi







s’inebria il malandrino?








E quando indosserà







il suo manto scuro







tempestato di gemme,







lo sentirai nei boschi







amare le sue ninfe.








Emiliano Busselli








 








La mia onda








Distesa su uno scoglio







- aspro rifugio dalla folla -







mi perdo con lo sguardo nella pura







e immensa azzurrità







del cielo e delle onde.








Scelgo la mia, più azzurra:







le affido un volto, un nome







che domina il mio animo.







La seguo nel suo incedere







lento verso la riva.








Ferma ed assorta, attendo:







docile m’abbandono con la mente







all’alterno innalzarsi ed afflosciarsi







dell’azzurro che freme.







Attendo la mia onda.








Nella cèrula massa la distinguo







sempre più tumida, ormai più vicina.







Rapida mi raggiunge







infrangendosi, candida di schiuma,







contro il mio scoglio aguzzo.








L’anima mia,







onda che lenta rifluiva,







forse s’è unita e fusa







indissolubilmente







con la mia onda azzurra.








G.








 








La stagione delle albicocche








E’ la stagione delle albicocche.







Io che  non ho voglia all’Esselunga







di indossare i guanti di carta







 e scegliere i frutti







e infilarli nel sacchetto, e pesarli







e aspettare poi che il cartellino







facendo zzzzzz esca dalla bilancia,







prendo quelle già dentro alla confezione:







ma sono dolci ugualmente.








E’ la stagione dei concerti,







e Lindo Ferretti davanti la cattedrale







canta su violini, campioni e fisarmoniche







e poi quando esce per il bis, “amarti mi consola…”







tutti s’avvicinano per volergli bene







anche uno brutto rivoltante sfregiato in faccia,







e c’è odore di sudore ma poco.








 E Lou Reed nel parco, invece, ha le rughe di un morto







ma bicipiti grossi che vorrei anch’io







è stanco e smagliante, e persino Patti Smith







anche lei alla cattedrale, io con S.







persino lei che allarga le braccia e sputa come sempre







sembra che ci benedica, allungando le mani.








E' la stagione delle albicocche.







Le malelingue dietro banchi e banconi







si struggono in sagome grigiastre  imbullonate







ossessionate dalla vita di un qualcuno







davanti a uno sguardo sereno che non capiscono







che gli faccio io e che è un marameo.








E’ la stagione delle albicocche.







Fumo Philip Morris di tutti i colori







ma scrivo bene come T.S. Eliot







e potrei prendere dell’Lsd







che lo piscerei tutto senza nessun brutto viaggio







e la piscia sarebbe anche d’angelo.








E anche i borghesi sono sopportabili,







dico, ci stanno meno sul cazzo,







nella stagione delle albicocche.








Frank Lonetti








 








Gorgone dei bambini








In cerchio…







è la danza!







Forte…forte!







Manine sul manubrio







in cerchio giallo e blu







stretti i seggiolini







in ferro bianco







(che se non ha colore è bianco)








Forza!







E’ una danza!







E’ il cerchio







dei bimbi come respiri







di me fata al centro







dei bimbi dei cinque respiri








e uno ride







e uno urla







e tu sei paonazzo







e lui sputa







e lei lega le forme del sogno








E tutto







tutto







corre in tondo







e gira







colori pesi e forme







in questo vuoto che già intorno







di me fata al centro







sfugge e svapora







in un sorriso.








Kate B.Eing








 








e tutto quanto il resto








ho sempre desiderato







essere come quegli scrittori







quei poeti







che tutta la notte







tutte le notti







scrivono







davanti alla loro macchina da scrivere







fumando sigarette







e







bevendo birra







scrivono







tutta la notte







e fumano







e







scrivono poesie meravigliose







o racconti o romanzi







tutta la notte








io di norma la notte mi vien sonno e dormo








e non ce la faccio







a fare come come quei poeti che dicevo








però adesso son le 4







e io son qui che scrivo







e fumo







e scrivo







e bevo







un succo d'arancia







che va bene lo stesso







che questa notte







non ci riesco a dormire







e mi sono alzato dal letto







e mi son seduto in cucina







e c'è il frigo che ronza







e c'è il rubinetto che sgocciola







e poi







nel letto







nell'altra stanza







c'è una ragazza che dorme







si è addormentata da poco







fino a poco fa ci sussurravamo







parole d'amore








e io, è questo il bello di questa storia







io







tra poco







potrò tornare nel letto che dicevo







e lei sarà sempre lì







e probabilmente ci abbracceremo







e io mi addormenterò







e tutto ciò







se ci si pensa bene







tutto ciò è piuttosto meraviglioso








scrivere una poesia







di notte







e il frigo







e lei







e tutto quanto il resto








Guido Catalano








 








(ma poi tutto contrito -- che siamo ancora in quaresima -- si pente e propone anche dei...








 








...Deep blue poems








 








A Bellano








Il lago è piatto. Senza sosta lo sciacquio







sui sassi. Il cielo è coperto. I monti







sono i denti d'una morsa







che si serra con scatto di tagliola







a dilaniare questo povero paesaggio.







Fioco è lo stridio dei gabbiani







a contendersi qualche pesce.







Pallide le voci della gente.







Estenuante il cigolio







d'una barca a vele chiuse che beccheggia.








Il mio cuore è un tumulto mmobile.







E' settembre. Il primo. La brezza







mi prende nell'ossa con un freddo di gennaio.







Non chiedermi 'dove sei'. Non lo so.







Sugli scogli forse. Dovrei piangere a dirotto







per non precipitare. Soffocare nei singhiozzi.







Ma non ho una spalla cui appoggiarmi.







Nulla di vivo da stringere fino a far male.







Non ho un'anima a schiarirmi.







L'ho perduta in quest'incubo di noia.







E non ho un dio a consolarmi, un canto







che m'avvolga, un'armonia in cui disperdere il fiato.







Tutto si ferma qui. Nella gola.







Gruppo di tenebre. Viluppo di buio







duro a sciogliere più di questa poesia.








Non sono mai stato tanto addentro







al gorgo, così vicino







a sentirne il fondo disperato.








                  ***








Spesso ho sognato una morte







che mi venisse a cercare al colmo







di ogni purezza, bambino con te nel tramonto







abbracciati nell'erba silenziosa di un colle.







Dolcissima, segno d'una vita compiuta







di un amare folle che niente







ha da chiedere ancora alla sua pace.








Fa che non bussi ora in questa scura stanza d'albergo







che una voce mi giunga di salvezza







che la senta cantare più forte







del rombo dei motori alla finestra







più forte del pianto muto della bimba







che m'osserva appesa al muro, più forte del brusio







informe che arriva qui da una tivù. Amami.








Ce ne andremo con gioia. Ti giuro







non torneremo mai più amore mio.  








Gabriele Cennerini 















 








 





























Ombre dei sogni
















Memorie mie,







ombre dei sogni,







tornate







ad affollare questo vuoto,







questa squallida quiete







di morte.








Nel presente, nel vero







nulla mi chiama,







nulla m’avvince:







solo vuoto e silenzio







nel torpore funereo







dell’animo.








Memorie mie,







dei miei sogni fugaci







ombre labili e vane,







tornate a me,







fermatevi:







in voi la salda mano







che m’afferra,







la sola dolce voce







che mi salva







dal baratro, dal buio







del mio silenzio







eterno.








 G.














 








Se accosto l'orecchio, non sento il mare








Se accosto l’orecchio, non sento il mare:








se solo lo ascolto







il mio cuore-osso







mi addentro nei segreti di questa notte







ululati di vento







nelle cavità calcaree







ritorni di eco







da ampolle di sentimento







imprigionate







gettate







in fondo.








Se lo sbatto







il mio cranio-cuore







che pulsa e spacca dolore







addento il suono







dei pensieri caduti







lasciati







persi







entro







il mio corpo-osso







da scalare impalcatura







gioco e mistero







fino alle mani







lanciate in alto lassù







verso il nero







a strappare la pelle più in su







con violenza e gioia







scoprire le stelle







perdersi







dissolversi







ancora







nel volto-osso







in mimiche sequenziali







aperte-chiuse







farsi canto







e discontinuità







freddo-caldo







equilibrio del senno







in questo viso-osso







lasciato a maggese







per secoli di fame







per puro diletto







nel colmare le fenditure







espressività dell’arsura







di cessate cascate







dalle cavità







ora, ancora, solo







lamentate, descritte







entro il mio cuore-osso







che appeso dondola impiccato







pupazzo del tempo.








Entro il mio corpo-osso







sono la vittima







il boia







e quel che è peggio







il coro lamentoso e vile








e se solo lo ascolto







il mio cuore-osso







mi addentro nel suo silenzio







interrogo la colpa







ne dissolvo la sostanza.








E spengo anche questa notte.








Kate B. Eing
















 








 

venerdì, 07 marzo 2008

 








ECCE PUER.








a Michelangelo S.








di Pee Gee Daniel










Quel che spesso si infila








dentro ad uno di quei tanti discorsi oziosi








che ti capiterà di ascoltare senza voglia,








cioè che della propria nascita nessuno abbia colpa








be’, sappi, piccolo mio








che tale attenuante per te non vale








: io stesso ti ho veduto








spingere e lottare con tutta la prepotenza che informava








le tue fibre minute








pur di erompere in anticipo, tu pure








sulla scena traballante di questo vecchio mondo








,come il frutto ancora acerbo








che rotola fuori da quel bacello che gli è ormai








venuto a noia.








E quando inaugurasti la tua novella condizione aerobica








,tirando il primo fiato con l’impazienza di chi chiami un po’ d’aria








alla fine d’una seccante detenzione,








scandisti, a fil di polmoni:








“Io sono vivo! Io sono vivo!”








,rivolto alla creazione universa








,da cui pretendevi una legittima udienza.








Se levi questi tuoi strilli








ficcanti








e, senza concessione a negoziati, reclami








,pari al resto degli esseri senzienti,








l’alimento








è la specie intera che strilla in te








e che, caparbia








cerca la sua perpetuazione








,nonostante tutto








,sempre sorretta da quella beata speranza








che chiamano l’ultima dea








Quando volgi verso il mondo








il tuo piccolo, ceruleo sguardo curioso








è come se ti stessi sincerando








se poi davvero ne valeva la pena








di accorciare i tempi








ed estrarre il capo spelacchiato








dalla lutulenta salamoia








che sviluppò








prima la pompa, già da subito scalmanata, del tuo cuore








i tuoi organi, quindi








,compresa quella tua scalpitante urgenza di vivere








che in essi risiedeva.








Così, nel nascere, innalzasti








a tempio, peraltro,








un trilocale più cucinino, vista-centro








,in cui ora s’avvicendano








,un re mago dietro all’altro,








i portatori di doni








,incessantemente,








,al fine di barattare con essi








,per una gentile simonia,








quella gioia che naturalmente fa vibrare








anche l’animo più inteccherito








alla buona nuova di un recente avvento








,sempre carico, qual è, di








un’infinità di promesse…








Per te ho scelto, tra le tante,








la più bella








,quella i cui rossori, gli occhi tenuti bassi








,il sorriso mai sguaiato








facevano velo








,come un broccato sottile








appeso a serbare il cancello








posto ai confini del lussureggiante intrico d’un giardino,








ad un temperamento vivo








e una mente ben affilata








: quella che più mi mordeva








,ribadendo il suo incantesimo








ogni qual volta su lei posassi








gli occhi (tanto che mi era arduo,








e lo è ancora, richiamarli poi all’ordine,








da quell’appagante indugiare…),








affinchè da quel miscuglio








- dei miei umori con i suoi -








l’artefice natura








,in vista del composto finale,








traesse i più perfetti ingredienti.








Tutto questo ho fatto per te, e te solo!








,figlio mio








ancor prima di conoscerti








(spero tu mi sia grato, quanto all’atto fiduciario…)








,ed ora che dopotutto ti incontro








mi è dato constatare








felicemente








quanto quella scelta fosse indovinata!








In te








si può intuire, a guardar bene,








il vecchio che sarai








,ormai giunto all’altro capo di quell’esistenza








che da ora sprovvedutamente affronti,








come le rughe che ti righeranno








gli angoli della bocca








,a testimoniare le molte risa








che ti avranno scosso lungamente








,quelle intorno agli occhi, invece








il loro arricciarsi a causa del pianto.








Anche per te, come per tutti, infatti








Democrito ed Eraclito








- il sorriso, provocato dalla beffa,








affratellato al suo piangente rovescio -








già si preparano ad essere








solleciti compagni di viaggio








,a scortare questo tuo duraturo tragitto








e rintuzzarti, ad ogni piè sospinto








,uno per parte








,come i gendarmi di Pinocchio








: sempre pronti, da impietosi usurai,








ad esigere i dividendi








di ogni singolo tuo giorno








,ora l’uno ora l’altro








,talvolta congiuntamente.








Ma rammenta pur sempre, amico








che qualunque sia il dolore








,foss’anche il più inconsolabile,








esso avrà, già designato, prima o poi il suo termine








,mentre la letizia








tornerà, ancora e sempre








(la più parte delle volte, all’impensata)








a sorprenderti








piena e inalterata








;e avrà la lesta consunzione propria della fiamma più viva








,certo!








;ma essa, rammenta, è quella puntina di lievito








che sa conferire la sua giusta consistenza








a tutt’una pietanza!








Nel tuo volto paffuto, grande quanto un pugno








già si profilano i lineamenti








della lunga progenie








che sarà stata consustanziata








dalla febbrile attività dei tuoi lombi








(questo è un augurio!).








E al contempo








vi si rintraccia il lontano ricordo








delle tue origini








: i tratti corrucciati








di quegli orefici, piegati sui loro banchetti di lavoro








a montare pezzo pezzo








esili schegge di pietre radiose, ciascuna sul suo proprio castone








,come pure i contadini cotti dal sole








da cui quei loro figli presero distanza








,dirozzati e scolarizzati a fatica








;dall’altra parte, zingari giostrai forse








la cui bella figlia dal carattere spigliato








abbandonò l’unico teste delle sue leggerezze alla ruota








(anche se queste ultime, va detto,








sono niente più che congetture…).








E prima ancora








vi si vagheggiano, abbozzati, quei capostipiti








che rifiutarono il loro limitato Eden








,concresciuto, per vegetazione spontanea,








nel cuore del cuore dell’Africa, laddove








nient’altro serviva che distendere un braccio








e spiccare un pomo, lucente e gonfio di polpa,








dal ramo inarcato dal troppo peso








per trovare il quotidiano sostentamento;








e invece batterono terre sempre più brulle








,traversarono stretti








a bordo di zattere messe insieme a tirar via








pur di assecondare quello spirito








sempre disposto alla sfida e all’ignoto








che ancora risuona di tra i penetrali








dei nostri animi imborghesiti








,squillante! - come il corno del postiglione -.








Per risalire, poi








alla scimmia che








con le sue mani piccine








frugava di tra gli epicarpi per rintracciarne








il frutto più sugoso.








E pesci sguiscianti








per i torbidi fondali d’un mare primigenio.








Quei pesci, il cui prezioso insegnamento








ti tornò infine utile per restare a galla








così a lungo








in mezzo a quell’oceano salmastro








in cui fu tramutato il ventre di tua madre.








Su su fino ai minerali, che tuttora compongono








le tue membra en miniature.








Ma soprattutto, dentro quel tuo faccino ridanciano








si intravvede il futuro,








che si annuncia, per definizione,








cornucopia








ricolma, fino al tracimo,








del più bell’oro








e di arridenti lusinghe…








felicitazioni a Meeckee, Danee e Pee Gee Daniel da tutto lallazioni lavabili

postato da: franklonetti alle ore 13:17 | link | commenti (4)
categorie: peegeedaniel
martedì, 12 febbraio 2008

Essere singolare fino a. Poi: annullare.



quei radicamenti inespressi
linguaggi sotterranei
preziosi nel mio silenzio di ieri
e di oggi
sono mappe dell’incertezza
che vorrei donare a mio figlio
ricette per non ritrovare mai la strada
esclamazioni mute per non desiderarla.

Ogni notte appoggio gli occhi sulla terra
nuda che non accoglie
che schianta i tentativi di
indagine ulteriore
poi osservo i due globi distesi
tuorli e albume sull’erba.

Ed ecco i passi muoversi
ciechi, camminando sul mio viso
incespicano sulle espressioni fuggiasche
tentennano sui denti non allineati
cascano all’esca
della lingua troppo vera.

E il mio corpo in caduta
mi colma la bocca
e so di che so
e non vedo che me stessa:
da capo mi rivolgo
addensata di silenzio.


12 febbraio 2008



postato da: KBE alle ore 22:06 | link | commenti (8)
categorie: kbe
mercoledì, 16 gennaio 2008

sabato 26 gennaio

sabato 26 gennaio alla Fnac di via roma a torino alle 18.00 presentazione del mio, cioè di Frank Lonetti, libro Quando ero più vecchio - Poesie giovanili; partecipano il gruppo musicale Barrique e l'attore D.G.




Venite da ogni angolo di questo sempre più sventurato paese

postato da: franklonetti alle ore 16:24 | link | commenti (14)
categorie: franklonetti
lunedì, 24 dicembre 2007

Filastrocca a trottola o albero natalizio

Lento

divenire lento

annegato divenire lento

umano annegato divenire lento

morto umano annegato divenire lento

divenire.


10 dicembre 2007


di Kbe
postato da: KBE alle ore 02:29 | link | commenti (29)
categorie:
mercoledì, 07 novembre 2007

Franksback&introducingfriends

Franksback&introducingfriends
























Memorandum del Rimbalzo








di Paul Risso








 








Io sono Malato. Non malato di malattia ma di malanno senile che tutto il mondo ti schiamazza sulle orecchie come un nemico.







Io sono vecchio. Mariuccia diceva che non vedeva l’ora d’invecchiare.







Mariuccia era giovane e io già vecchio al matrimonio. Mariuccia.







Mariuccia sposa mia al matrimonio vedeva in me un solido affare da sposare. Ero vecchio e potevo morire. E Mariuccia ricca piano piano voleva invecchiare.







Poi è capitato tutto il contrario.







Mariuccia è morta e io sono invecchiato ricco.







Non ricordo… Non riconosco…Figlio… Mariuccia…Non mio…Figlio.








La’avvocato Norton Speedy. Lo conobbi tramite il figlio di Mariuccia…Un grande avvocato.








Si disse che fu l’avvocato di Gesù e di qualche altro americano.







 







IL Figlio lo portò in camporella una settimana, e Norton si sentì rinato… Io testimoniai a suo favore quando IL Figlio dovette ricoscere IL Figlio della’vvocato.








Ci teneva Mariuccia che dedicassi tutta la mia vita alla sua…Più che altro voleva che le dedicassi la mia morte… e così fu… dedicai tutta la mia morte alla sua.








Dopo la Mariuccia Morte, il Figlio voleva che almeno dessi lui una possibilità… La mia favolosa isola di cereali vicino al fiume…








Decisi di provare per un giorno. La distrusse.








Fu il Figlio della’vvocato che la portò a nuova vita. Ma tutto questo Mariuccia non lo sa.








La mia passione…amare Mariuccia…Correggerla…Forse Correggiarla…Disprezzarla e poi perdonandola per amarla.








La conobbi vicino alla tomba degli anni ’60. Lei, io e quella lapide








Qui Giacciono le spoglie degli anni ‘60







Il boom







Il Beat







I Cravattini neri







Il bianco e nero







La prossima età








Io sono malato. Dimentico tutto. Ogni ora è l’ora dopo.







E lei







Forse perché bevi parecchio…fu la stessa cosa per mio padre…beveva parecchio e si scordava il mio nome.







Come ti chiami?







Mariuccia







Che fai qui?







Cerco un marito ricco che possa morire presto e farmi invecchiare ricca… Mio Figlio è un fallito…Ha solo 9 anni…ma sarà un povero fallito. Forse invecchiando migliorerà…Forse la tua morte lo migliorerà...Tu vecchio… sposami e muori…così mio Figlio migliorerà.








La sposai e morì lei con tutta la sua passione per i gatti e per il suo fallito figlio.








I vecchi guardano la televisione.








Mariuccia mi regalò la televisione così ché io la guardassi e lei dimenticasse che fossi un marito…suo marito. Mariuccia.








Io sono malato. La televisione si scambia con la mia memoria…








Così ricordo di quell’amico negro







Ero in prigione







Innocente.







Avevo ucciso mia moglie.








Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è…








Il negro era buono mi dava le sigarette e il martellino e la bibbia







In galera io ero intelligentissimo.







Il negro diceva che eravamo tutti ISTITUZIONALIZZATI lì dentro.








Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è…








In galera ero un gran contabile, i guardiani e il direttore se ne accorserò







Feci costruire una biblioteca nella galera.







Uno che ne era uscito si è suicidato.








Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è…








Dopo un sacco di anni sono evaso verso il sud







Il direttore e i guardiani in galera







Il negro ancora qualche anno, poi gli ho mandato una cartolina dal Messico.








Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è…








Il negro poi è uscito…ha visto che quello di prima si era suicidato







Così è venuto da me in Messico a mettere a posto una barca vecchia.








Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è…








La televisione mi fa una grande confusione…l’ho spenta e Mariuccia si è spenta con lei.








La gatta…Mi regalò una gatta…per farmi/ci compagnia.







Il Figlio la chiamò Sophia.








Le altre isole di cereali, mais, grano e riso erano grandi e tanti erano i braccianti…tante famiglie.








Erano i comunisti…Braccianti comunisti…Il Figlio violentò un giorno la figlia dei tanti braccianti…La’avvocato Norton Speedy lo fece sprigionare…in prigione niente amici negri…solo Mariuccia che di li a poco non esisteva più.








Ho poca memoria io…I braccianti arrabbiati volevano le mie isole








NON SOPPORTIAMO PIU’ DI ESSERE SFRUTTATI. LA TERRA A CHI LA COLTIVA.








io








PRENDETELA E’ VOSTRA








Dopo un anno i braccianti uccisero i braccianti







Norton Speedy ebbe un gran da fare…







Le isole dunque ancora mie e della fu Mariuccia …








Ma io ho poca memoria.








La gatta e Mrs.INCUDINE, governante d’altri tempi, mi tenevano compagnia…








Il Figlio e il Figlio del Figlio la malattia mi disse di non sapere più chi fossero…








poi il Figlio del Figlio uccise il Figlio e così rimase senza padre…








La’vvocato Norton Speedy lo fece sprigionare e lui governò le mie isole con altri braccianti.








Un negro amico per lui in galera…era un vecchio bracciante comunista.








Il Campione…Un fratello per me…una volta mi disse che se muori e hai un gatto e sei solo in casa… il gatto… dopo un po’ ti mangia da morto. Il gatto. Il cane NO.








Mangio la minestra di Mrs INCUDINE . Tornano le parole del Campione. Passa la gatta Sophia davanti a me. Io le mordo la coda. Lei mi graffia un labbro.








MRS.INCUDINE s’arrabbia.








Sei un vecchio pazzo e pericoloso. Vado via. Mi porto via gatta Sophia.








MRS. INCUDINE morì.







 La gatta ne mangio una buona parte.







Il cane no







Ragione al Campione.








Come finisce la storia di chi è malato di non avere memoria…







Finisce che tutti rimbalzano male…quasi nulla da raccontare…solo quel negro in galera e il Campione… gli anni sessanta...morti in prigione…







Mariuccia mia  con la sua matrimoniosoluzione…








Se non è buono che piacere è








 








ATTENZIONE:







Il presente scritto non è mai stato letto dal suo autore pertanto non prendere posizioni affrettate su errori, svastiche e bestemmie varie.







Si raccomanda di leggere il presente avviso prima del testo.








 














Da "Tortuga"








di Adriano Meis








 








Dicevamo che sei fidanzato. Le donne mi hanno sempre interessato perché al contrario degli uomini si soffermavano, ciascuna a suo modo, a considerarmi. Ho conosciuto molte più donne che uomini durante la mia permanenza nel vostro mondo. Non ne ho mai amato una veramente. Tu ami la tua fidanzata? Scusa non volevo. Ci sono state delle amicizie affettuose, lo riconosco. Carla, che oggi non c’è più mi disse tanti anni fa che mi voleva bene. Questo prima che le rivelassi incautamente la mia condizione. Ci eravamo conosciuti nella società di assicurazioni dove io per qualche tempo feci il telefonista. Lei lavorava all’ufficio liquidazioni.








Tutte le mattine, scendendo le scale, la scorgevo aggrapparsi pesantemente al corrimano di formica verde all’altezza del mio piano. Sembrava insicura su quelle sue scarpe rumorose, sempre uguali, decoltè testa di moro tacco quaranta. Cominciai ad osservare dapprima il suo abbigliamento. Era fissata con i foulard: ne alternava di sobri in seta tinte pastello con tailleur scuri, e vivaci in viscosa con stampe che ricordavano quelli di moda. Ogni tanto ne perdeva uno sugli scalini e le toccava appoggiare a terra i faldoni di pratiche per recuperarlo. Successe una mattina che gliene scivolasse uno dal collo proprio mentre la incrociavo sulle scale: mi fu praticamente impossibile evitare di raccoglierlo, anche se effettivamente non desideravo evitare di farlo. Fu quella l’occasione per scrutare più da vicino il suo volto. Incorniciata dall’acconciatura poco appariscente che mi era già familiare riconobbi un’espressione benevola di gratitudine. Gli occhi grandi, con il taglio delle palpebre che si abbassavano esternamente; la fronte spaziosa, il naso leggermente ingrossato inclinato verso il basso; le labbra carnose che si infossavano nelle guance contratte in una smorfia di imbarazzata riconoscenza. – Grazie scusi – mormorò con un filo di voce ansimante per la fatica – non so perché non mi decido a prendere l’ascensore, è che mi sembra di perdere tempo – non le risposi e mi allontanai continuando a sorriderle, o almeno credendo di farlo. Erano tempi in cui non avevo ancora l’abitudine a soffermarmi in convenevoli con estranei: mi erano ancora sconosciute quelle forme di accondiscendenza, come scambiare qualche parola di circostanza, tanto diffuse nei vostri ambienti di lavoro. Quella microconversazione mi trovò piuttosto impreparato e preferii rimanere in silenzio piuttosto che fornire una risposta che desse troppo nell’occhio.








Riflettendoci però, giunsi alla conclusione che non c’erano motivi per inibire sul nascere una così innocua dimostrazione di interesse, o disinteresse che fosse. Stabilii pertanto di approcciarla nei giorni successivi con un’argomentazione inappuntabile.








L’avvicinai alla macchinetta del caffè alla fine della pausa pranzo, ricordo di essere stato insolitamente rapido nel decidermi all’azione. Mi appostai dietro di lei con una perla di miele ambrosoli aromattizato stretta tra le dita della mano destra aspettando che si voltasse. – Lo provi con questa il suo latte macchiato. Non se ne pentirà! – Riconobbi un totale smarrimento nel suo sguardo. Rimase qualche secondo con il suo bicchierino di plastica in mano, con tanto di paletta di plastica, senza controbattere. Avvertivo la sua difficoltà a capire che cosa le stessi proponendo. Poi però cambiò espressione, me la ricordo come se fosse qui ora davanti a noi. Si sforzò di far prevalere la benevolenza che aveva deciso di accordarmi, chissà poi perché. – Metta prego. Devo aspettare che si sciolga?








– Sono sufficienti pochi secondi.








– Grazie, dev’essere dolce o sbaglio?








– Me lo dica lei – Cominciammo a parlare di lavoro, del più e del meno. Poi di argomenti sempre più confidenziali, della vita, degli stati d’animo, fino ad arrivare ad un punto in cui mi accorsi di essere diventato suo amico. Carla era stata sposata. Ma suo marito non l’aveva mai amata e ben presto cominciò a tradirla senza darsi nemmeno la pena di far le cose troppo di nascosto. Fu lei a decidere di separarsi e di chiedere successivamente il divorzio. Quando ne parlava, continuava a stropicciare con entrambe le mani il foulard che teneva in grembo. Sembrava che non le tornassero bene i conti di quella faccenda, ma tantè era andata così e ormai erano passati sei anni, diceva.Quando alzava lo sguardo verso di me, mi rivolgeva quell’espressione di accorata fiducia che mai più nessuno dopo di lei mi ha rivolto. Ero diventato l’amico confidente di Carla, il confidente di una donna, e questo per me era, al di là dell’emotività in gioco, di grande rilevanza.








Ci frequentammo per circa dieci mesi anche fuori dal lavoro. Le piaceva il teatro di prosa, Dostoevskij, Beckett. Ricordo una sera dopo aver assistito alla rappresentazione del Misantropo di Molière: si soffermò sulle scale del teatro, annodandosi l’immancabile foulard al collo, strizzando gli occhi. Poi mi disse quasi di scatto: - noi due ci assomigliamo. Facciamo quello che la gente vuole e diciamo quello che ci chiede di dire ma nonostante questo siamo invisi alla gente. Perché?








Feci finta di non capire. – Lascia stare è che quando vado a teatro, lo sai, dico cose teatrali che non so nemmeno come mi vengano fuori. Ti accompagno a casa?








Carla era diversa da tutti gli altri esseri umani che avevo conosciuto fino ad allora. Non so dire se era sempre stata così, ma qualcosa l’aveva allontanata dal mondo dei suoi simili, irrimediabilmente emarginata dal diritto acquisito di appartenervi. Carla con i suoi foulard combatteva la sua battaglia affermando ogni giorno la sua dignità di esistere. E sembrava aver trovato in me il suo unico mesto spettatore.
















 

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giovedì, 19 luglio 2007

...Fnt?

...Funtime?
















a cura, e per lo spasso, di Frank Lonetti




Intrepide notti.










intrepide notti



intrepide notti



intrepide notti, e selvagge



dovrebbero essere il nostro lusso



sperdendoci come cagne affamate



di tra le viuzze più incimmurrite



più lordamente sinistre, e buie



accudendo inalienabili angustie



alla cerca di un cuore sodale



,di un corpo caldo a basta



da infrattarcisi in un giaciglio



a 50 pz. l’ora



nell’impaccio d’un motel che effonde



lezzi e suffumigi non scrostati



di urina, e mmerda, e pubi sporchi.



E dare la ninna agli animi ansanti



con una carica elettrica



di 10 gr. d’ero tagliata alla cazzo



e, per benino corroborati, sciogliersi



poi



come folli rottinculo



smerlettati d’immaginifici tutù da étoile



e bei tacchetti



a danze darvis e archi isterici



nel tenebrore disperato del new-day



,vagolando sfuggiti a una ronda di pula.



rombando tarantolati



oltre le ritenutezze spazio-temporali



nel rifugio penombrato



d’un sottoscala senza gran passaggio,



o nella commorienza inorecchita e guardinga



del cimitero degli elefanti



tra la gialla e la rossa del metrò,



spersi tra gli umori ctonii di catrame e troppa polvere.



O ancora giochicchiare al bio-ciclo della coma



vasodilatando e vasocostringendo



con cura e incuria



le vene, fixandole all’eccesso



nel ganglio  bucòmane della prima latrina ospitale.



Oppure sperimentando con disperata, curiosa licenza



il maschio e la fica



il debito & il credito



dell’ambage ludibrio di sessi pre-confezionati.



Intrepide notti



a scazzarsi e stronzeggiare



senz’approdo,



né partenza puntuale



solo intendendo saggiare, per conati auto-vampiri



i propri beat-battiti



e il pulsare scapestrato di aorte e vene e valvola cardiaca



e le lunatiche fitte



- e fulgurali - nella carne e nello spirito



:nell’estro o nella foia



di scartare al primo bivio



a strattonare fradice gamurre e sottanine dal taglio piuttosto cheap



come frugoletti candidi



,e affondarcisi



,a inseguire



il ristoro (di un microsecondo di durata)



di un guizzo bianchiccio/colaticcio



:finita l’impresa, una volta ancora far su



poi



il fisico, reso molle



,e secolui i tatoos e i mèmini



di una supercròma vita randagia



schermiti, dalle subdole recrudescenze



della notte,



da bourbons da minimarket



stratracannati



e scolati



e deglutiti a once,



carnificati financo



come potenti panacee



: pass-partout di un oblio



ύe swinch



,come garrette mercuriali a 44°



calzate al fine di volitare, promiscui con il nido degli angeli,



e incespicare, dopol’atterraggio



,martorizzarsi



scientemente nel risveglio alcoolico



del posdomani.



Perduti inseguendo, come seriose prefiche



le esequie d’un amico già spacciato,



o bucare rossi e controrossi



nel negro illune d’una notte afosa



a capo fitto, nell’abitacolo - annebbiato



dal fumo di marijuana a pugni,



dall’afrore insospettato, come di peto ai legumi -



della fuoriserie stascata da babbino,



sballandole grosse



e controllandosi le costole a vicenda e concionando su



appiccicati a una pupa dal nome già scordato



annegando ancora e ancora



nel cicaleccio del nik-nik senza cura.



Intrepide notti dovrebbero essere il lusso



concessoci



,notti d’incoscienza e grandi impeti



spese a regalarci per le strade



come baldracche in saldo



,con la sguaiata letizia



con l’angoscia



di chi teme troppo breve



,che con troppa premura si consumi



la sessuosa, spropositata, flashante, tersa



superenergìa degli elementi



di questae appaciante



artificiosa festa – e sognatamente falsidica -.



Quid di quid diversi



che repti e guidi



attutendo e acuendo a un tempo



chè il taglio lucente del giorno



investa mitigato



dal vetro rosa-fuxia di bow-windows



che smerciano, dentro bruniti liebig citrosolubili,



al rinculo d’un vicolo



o in fondo a bottiglie dai lunghi colli



e etichette ben squadrate



o ancora nell’esplosione chimica



che attende in fondo in fondo



alle intimità cunicolari



di un’anus vinosa che ancheggia di matto.



E ghignarsela poi



,con cialtronerie scomposte e di cattivo gusto,



dei valzerini pomposi e le polke



condotte senza cedere un passo



dai domenicali ballerini inghingherati



di mezzo alla pista



Intrepide notti



dovrebbero essere il nostro lusso



Notti da completare



a passo di carica



,da marciare assiepati



scimmiando galuppi pieno ‘700



nelle falangi inamidate e squisitamente ardite



inculantisi a sparnazzare



la nimistà di là dal campo, assanguandola a puntino



marciare



codini al vento



asserragliati come dita d’un pugno



e tirare dritto



    dritto al naso



quando i primi avanguardisti già cedono



ai piombi sforacchianti del nemico



     dritto al naso



quando il compagno spalla a spalla



  cede, pure



e quello alle calcagna



e quello in fronte



,marciare dritto al naso



quando già la radura



e tutt’un ordito



dei tricorni riversi



e lustrini sciancati



e lordo sangue colloso



e volti e mani immortalati



nel biancastro fotogramma



        della resa.



La notte, teatro campale



di roboanti e arrangiate battaglie



nottetempo a ridare cara l’anima



alla sete di nemici che ci attendono



,che riparano



,ancora riflessi nei cocci taglienti di una specchiera



spaccata



,di là dal fronte da espugnare.



Ridotti a primeve ciambelle fetali



coi polsi bucati di un’ultima fanta-flebo



o



a tocchetti di alcool-brame



a spasimi e ansie



a sfaceli di carne e spirito dementi



a piaghe e gore



a preci e bestemmie



,crocefissi a un volante mal tenuto



a cocuzze  spappolate



a occhi sperduti, rètine orfane



a nulla e ancora nulla



a una cerca che non piglia



a atterraggi dolorosi



contro assuoli grondanti



,ma con l’unica picca



l’unica intenzione



di finirla



finirla e via



,nella pancia matrona delle notti



finirla e via



in luogo del risveglio, di un’alba



spantofolanti per cementizie gattabuie domestiche



scaracchiando in opachi lavabi



, rivestendo le sagge pancette



di canottiere strette e lacere



,con l’ozioso, ronzante refrain



di noterelle zufolate alla radiola.



Finirla e poi più,



senza altri programmatici retaggi



dibattendosi



come mosche in una ragna



negli ultimi ciechi languori



che lambiscono il cielo



e lo estasiano



,provandosi a rapinare al tetto trapunto



una  scaglia incandescente di quazar



che imprendibile si cela



oltre le cataratte dei chòsmoi



,in ferma



come gli infiniti occhi di Dio…




Pee Gee Daniel










Sabato nei vicoli di Genova(la tua ombra)








Extracomunitari alti e magri



come guardie svizzere



a guardia di via S. Bernardo:



uno in un canto



uno nell’altro



vendono Marlboro, Camel e altro,



in posizione strategica



per intercettare,



il flusso umano



che va al “Moretti”,



o da lì se ne va



per poi ritornare.



Studenti universitari



forse di lungo corso



come i marinai,



o gente che lavora



ma ancora ha voglia



almeno qualche ora



di  discorsi strampalati.



Uno sceneggiatore



è quasi in partenza per Roma



“perché il cinema è solo lì”,



e invece un regista di qui



spiritato guarda  in giro



cerca amici



o soggetti,



incontra un poeta



inizian progetti



in termini poco definiti.



Ed ora è tardi quanto basta



e il buio dei vicoli



niente costa



né le insegne e luci



dei bar, locali e postriboli



come dire stelle



pucciate nel mare



e nei bicchieri



inciampati nelle



piste da ballare.



Perciò sono qui



la bolgia in festa



dei personaggi:



ansimanti



ciarlanti



acchiappanti



la donna perduta...



un po’ di valuta...



un posto a prora...



qualche signora...



un passaggio per Roma...



un’idea buona...



solo una notte saltata



di focaccia salata.



Quello che ieri non c’era...



che mica oggi c’é



ma è Sabato Sera.



Io straniero



osservo scampoli



di storie non così ignote



frittomisto



e cacofoniche note



e due amici con me



svuotan bottiglie di rosso,



con me insisto



mi dico che posso



anch’io bere



e traversare a nuoto la notte



via dal suo fondo



di relitti, cuori,



altre cose rotte.



Ma la tua ombra



per le strade si allunga



inganna l’oscurità



svolta e si dilunga



a parlare nel grosso



della folla, è addosso



alle case ed ai bar,



solo a mattina se ne andrà



risalirà la strada umida:



come treno perso



come lungo coltello



come notte breve



se ne va senza un dove.



Io la inseguo



la evito



la uccido



la medito



e la ri-inseguo.



P.zza Delle Erbe



Via S. Donato



parole di ragazze



vestiti scollati



Camel morbide



facce già torbide



silenzio bloccato,



dal passaggio



della tua ombra, nei vicoli.




Frank Lonetti




 




Free lance




(grigliata di Pasque