ECCE PUER.
a Michelangelo S.
di Pee Gee Daniel
Quel che spesso si infila
dentro ad uno di quei tanti discorsi oziosi
che ti capiterà di ascoltare senza voglia,
cioè che della propria nascita nessuno abbia colpa
be’, sappi, piccolo mio
che tale attenuante per te non vale
: io stesso ti ho veduto
spingere e lottare con tutta la prepotenza che informava
le tue fibre minute
pur di erompere in anticipo, tu pure
sulla scena traballante di questo vecchio mondo
,come il frutto ancora acerbo
che rotola fuori da quel bacello che gli è ormai
venuto a noia.
E quando inaugurasti la tua novella condizione aerobica
,tirando il primo fiato con l’impazienza di chi chiami un po’ d’aria
alla fine d’una seccante detenzione,
scandisti, a fil di polmoni:
“Io sono vivo! Io sono vivo!”
,rivolto alla creazione universa
,da cui pretendevi una legittima udienza.
Se levi questi tuoi strilli
ficcanti
e, senza concessione a negoziati, reclami
,pari al resto degli esseri senzienti,
l’alimento
è la specie intera che strilla in te
e che, caparbia
cerca la sua perpetuazione
,nonostante tutto
,sempre sorretta da quella beata speranza
che chiamano l’ultima dea…
Quando volgi verso il mondo
il tuo piccolo, ceruleo sguardo curioso
è come se ti stessi sincerando
se poi davvero ne valeva la pena
di accorciare i tempi
ed estrarre il capo spelacchiato
dalla lutulenta salamoia
che sviluppò
prima la pompa, già da subito scalmanata, del tuo cuore
i tuoi organi, quindi
,compresa quella tua scalpitante urgenza di vivere
che in essi risiedeva.
Così, nel nascere, innalzasti
a tempio, peraltro,
un trilocale più cucinino, vista-centro
,in cui ora s’avvicendano
,un re mago dietro all’altro,
i portatori di doni
,incessantemente,
,al fine di barattare con essi
,per una gentile simonia,
quella gioia che naturalmente fa vibrare
anche l’animo più inteccherito
alla buona nuova di un recente avvento
,sempre carico, qual è, di
un’infinità di promesse…
Per te ho scelto, tra le tante,
la più bella
,quella i cui rossori, gli occhi tenuti bassi
,il sorriso mai sguaiato
facevano velo
,come un broccato sottile
appeso a serbare il cancello
posto ai confini del lussureggiante intrico d’un giardino,
ad un temperamento vivo
e una mente ben affilata
: quella che più mi mordeva
,ribadendo il suo incantesimo
ogni qual volta su lei posassi
gli occhi (tanto che mi era arduo,
e lo è ancora, richiamarli poi all’ordine,
da quell’appagante indugiare…),
affinchè da quel miscuglio
- dei miei umori con i suoi -
l’artefice natura
,in vista del composto finale,
traesse i più perfetti ingredienti.
Tutto questo ho fatto per te, e te solo!
,figlio mio
ancor prima di conoscerti
(spero tu mi sia grato, quanto all’atto fiduciario…)
,ed ora che dopotutto ti incontro
mi è dato constatare
felicemente
quanto quella scelta fosse indovinata!
In te
si può intuire, a guardar bene,
il vecchio che sarai
,ormai giunto all’altro capo di quell’esistenza
che da ora sprovvedutamente affronti,
come le rughe che ti righeranno
gli angoli della bocca
,a testimoniare le molte risa
che ti avranno scosso lungamente
,quelle intorno agli occhi, invece
il loro arricciarsi a causa del pianto.
Anche per te, come per tutti, infatti
Democrito ed Eraclito
- il sorriso, provocato dalla beffa,
affratellato al suo piangente rovescio -
già si preparano ad essere
solleciti compagni di viaggio
,a scortare questo tuo duraturo tragitto
e rintuzzarti, ad ogni piè sospinto
,uno per parte
,come i gendarmi di Pinocchio
: sempre pronti, da impietosi usurai,
ad esigere i dividendi
di ogni singolo tuo giorno
,ora l’uno ora l’altro
,talvolta congiuntamente.
Ma rammenta pur sempre, amico
che qualunque sia il dolore
,foss’anche il più inconsolabile,
esso avrà, già designato, prima o poi il suo termine
,mentre la letizia
tornerà, ancora e sempre
(la più parte delle volte, all’impensata)
a sorprenderti
piena e inalterata
;e avrà la lesta consunzione propria della fiamma più viva
,certo!
;ma essa, rammenta, è quella puntina di lievito
che sa conferire la sua giusta consistenza
a tutt’una pietanza!
Nel tuo volto paffuto, grande quanto un pugno
già si profilano i lineamenti
della lunga progenie
che sarà stata consustanziata
dalla febbrile attività dei tuoi lombi
(questo è un augurio!).
E al contempo
vi si rintraccia il lontano ricordo
delle tue origini
: i tratti corrucciati
di quegli orefici, piegati sui loro banchetti di lavoro
a montare pezzo pezzo
esili schegge di pietre radiose, ciascuna sul suo proprio castone
,come pure i contadini cotti dal sole
da cui quei loro figli presero distanza
,dirozzati e scolarizzati a fatica
;dall’altra parte, zingari giostrai forse
la cui bella figlia dal carattere spigliato
abbandonò l’unico teste delle sue leggerezze alla ruota
(anche se queste ultime, va detto,
sono niente più che congetture…).
E prima ancora
vi si vagheggiano, abbozzati, quei capostipiti
che rifiutarono il loro limitato Eden
,concresciuto, per vegetazione spontanea,
nel cuore del cuore dell’Africa, laddove
nient’altro serviva che distendere un braccio
e spiccare un pomo, lucente e gonfio di polpa,
dal ramo inarcato dal troppo peso
per trovare il quotidiano sostentamento;
e invece batterono terre sempre più brulle
,traversarono stretti
a bordo di zattere messe insieme a tirar via
pur di assecondare quello spirito
sempre disposto alla sfida e all’ignoto
che ancora risuona di tra i penetrali
dei nostri animi imborghesiti
,squillante! - come il corno del postiglione -.
Per risalire, poi
alla scimmia che
con le sue mani piccine
frugava di tra gli epicarpi per rintracciarne
il frutto più sugoso.
E pesci sguiscianti
per i torbidi fondali d’un mare primigenio.
Quei pesci, il cui prezioso insegnamento
ti tornò infine utile per restare a galla
così a lungo
in mezzo a quell’oceano salmastro
in cui fu tramutato il ventre di tua madre.
Su su fino ai minerali, che tuttora compongono
le tue membra en miniature.
Ma soprattutto, dentro quel tuo faccino ridanciano
si intravvede il futuro,
che si annuncia, per definizione,
cornucopia
ricolma, fino al tracimo,
del più bell’oro
e di arridenti lusinghe…
felicitazioni a Meeckee, Danee e Pee Gee Daniel da tutto lallazioni lavabili